Nuovi baci.

Nel cercare qualcuno

Che amasse la sabbia sotto i piedi

Mi sono persa dentro di te

La mappa è bruciata

Sotto il calore dei tuoi baci

La strada è sconosciuta

Come le tue mani su di me

Mi sono persa dentro di te

Te che non hai mai conosciuto il mare,

Te che forse hai letto dentro di me.

Ritornata a pieno regime in Toscana. Svogliata. Mi perdo tra nuova braccia. Non so se siano quelle giuste. Non so se sia giusto. Per adesso mi va così. Nuovi baci mi aspettavano a casa. Mi sono lasciata andare.

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Con un piede in Paradiso.

La strada corre rapida. Attorno a noi solo Natura, unico segno di civiltà quel lungo serpente di asfalto. Guardo a destra e a sinistra, solo alberi, solo erba, solo verde. Verde che contrasta con il blu intenso del cielo. Solo qualche nuvola, piccola macchia sbiadita sul vetro della cupola azzurra sopra di noi. Maciniamo kilometri, l’auto mangia la distanza che ci separa dalla pace. Nessuna meta, solo la voglia di evadere dalla città, solo la voglia di trovare un luogo che ci prenda tra le sue calde braccia, solo voglia di arrivare in Paradiso, ammirarlo e fuggirne subito. Nessuno parla, solo la musica delizia le nostre orecchie. “Gonna rise up.. find my direction magnetically..”. Sporgo la mano fuori dal finestrino, lascio che danzi con l’aria, lascio che si muova al suono di quella melodia perfetta, lascio che tocchi per un attimo la mia anima, il mio cuore stanco, il mio cuore che cerca riposo. La strada comincia a scendere, il mio sguardo è improvvisamente catturato da uno scorcio. I miei occhi vengono magneticamente attratti dal quel luogo. Urlo agli altri di fermarsi, ho visto un posto stupendo, dobbiamo fermarci. Parcheggiamo l’auto e iniziamo a scendere per una stradina sterrata. Dopo una curva, all’improvviso il Paradiso si rivela a noi. Un fiume di ciottoli si muove lento ai piedi di montagne verdissime. Quell’acqua pura, argentea scorre annoiata sotto i nostri occhi. Senza dire niente, senza che un fiato esca dalle nostre bocche, ci spogliamo. Ci immergiamo nel fiume fresco. I sassi pungono sotto i piedi, ma non fanno male, la sensazione è piacevole, quel piccolo dolore mischiato al freddo dell’acqua fa il solletico alla mia anima. Rido. Le risa fragorose rimbombano in quel luogo solitario, per un momento mi convinco che non sia l’eco, mi convinco che sia la Natura a ridere con noi. Dopo esserci immersi, dopo aver camminato nel giardino dell’Eden, ci sdraiamo su dei grandi ciottoli, sotto il sole di un martedì di metà agosto. Mi guardo attorno. Per un momento, per una frazione di secondo, avverto un gran calore al petto. I miei occhi si inondano di lacrime. Sento, in quel luogo e in quell’istante, di aver capito. La bellezza mi si è rivelata e mi sento minuscola di fronte ad essa. La potenza della Natura, del mondo, dell’amore mi sono state chiare. Adesso è tutto diverso. Mi alzo, cammino verso gli altri e li abbraccio. Sento l’amore che mi scorre dentro, lo sento muoversi nelle vene e fa un po’ male. Non vorrei essere in nessun altro posto. Non vorrei essere con nessun altro. Ho visto l’amore negli occhi, l’ho guardato intensamente. Adesso non posso più farne a meno.

Grazie a voi, le persone più belle che conosco, adesso so che vi amo. Grazie Natura per la bellezza che ci hai regalato e che ci regali ogni giorno. Se qualcuno fosse interessato il luogo in questione si trova in Slovenia.

“Gli amici vicino sembravan sommersi dalla voce del mare… 

O sogni o visioni, qualcosa la prese e si mise a pensare, 

sentì che era un punto al limite di un continente, 

sentì che era un niente, l’Atlantico immenso di fronte… 

E in questo sentiva qualcosa di grande 

che non riusciva a capire, che non poteva intuire, 

che avrebbe spiegato, se avesse capito lei, quell’ oceano infinito… 

Ma il caldo l’avvolse, si sentì svanire e si mise a dormire 

e fu solo del sole, come di mani future…”

Francesco Guccini, “Canzone della bambina portoghese”.

Senza Speranza.

Mark Zuckerberg andrebbe ucciso. Ecco. Accidenti a lui e all’idea di inventare Facebook. Mio caro Mark Zuckerberg mi devi una bottiglia di gin, una di vodka, un fegato nuovo ed una nottata. Una nottata sprecata per colpa tua. Se quella diavoleria non esistesse io non avrei mai saputo che il mio ex sta già con un’altra. Non avrei mai saputo che è felice con un’altra. Apro Facebook e vedo “il tuo amico tal-de-tali ha commentato la foto della signorina x”. E chi ti vedo nella foto? Il mio ex felice e contento su una spiaggia spagnola con la signorina x. E per di più il mio “supposto” amico (a questo punto supposto) commenta “è un piacere vederti finalmente felice”. Che cosa? Che cazzo hai scritto? La morte. La prima intenzione è stata quella di andare a casa sua con un piede di porco e sbatterglielo in faccia fino a che non ne fosse rimasta una poltiglia informe. Tu, mio amico, che scrivi FINALMENTE felice? Ma io ti ammazzo. Ti disintegro. Hai finito di vivere. Dopo qualche minuto di ricerca vana di un piede di porco la rabbia ha lasciato spazio alla tristezza infinita. Ed ecco che riapro Facebook. La guardo. Lei è una di quelle donne belle da morire, sempre perfetta, mai con il trucco sfatto, mai un brufolo, super-magra, perfetta. Io sono uno schifo. Mai una volta che non abbia lo smalto sbocconcellato, mai una volta che non abbia i vestiti sgualciti, mai una volta che non abbia le scarpe sporche. Per quanto mi sforzi non sono mai perfetta. Per quanto mi sforzi non sarò mai come lei. Mi hai detto che mi amavi, perchè ero diversa, perchè avevo sapore. Quando mi hai detto addio hai detto che ho troppo sapore. Sono un groviglio di problemi e paranoie. Non esistono giorni tranquilli con me. Invece in quella foto lui sembra tranquillo, sembra sereno. è felice. Con me forse non lo è mai stato. O magari lo è stato per qualche minuto e si è aggrappato a quelli per cinque anni. Finalmente è felice. Felice con una donna che è l’esatto opposto di me. Mi sento proprio una merda. Non sarò mai capace di rendere felice nessuno, sono troppo complicata, non rendo felice me stessa, figuriamoci gli altri. Mi sento sempre più sola. Mi sento senza speranza.

“Never mind, I’ll find someone like you, 

I wish nothing but the best for you, too, 

Don’t forget me, I beg, 

I remember you said, 

“Sometimes it lasts in love, 

But sometimes it hurts instead”..”

Adele, “Someone Like You”.

Sul futuro.

Bisogna sempre preferire un lavoro che paga le bollette ad un sogno? Bisogna sempre finire l’università anche se si odia perchè “ormai sei alla fine”? O vale la pensa inseguire un sogno anche se ti ritrovi da solo a farlo, senza nessuno accanto e senza soldi? Come si fa a capire ciò che si vuole per il proprio futuro? Io non l’ho capito. Mi ritrovo intrappolata in un corso di laurea che odio ma che devo finire per forza per non deludere chi mi sta accanto. E perchè ormai mi mancano solo 9 esami. E sogno dalla mattina alla sera di viaggiare, di abbandonare la scrivania piena di libri che puzzano di stantio e di polvere. Sogno di leggere, leggere dalla mattina alla sera, divorare i grandi scrittori, sogno di fare l’amore con i libri di Bukowski o di Hemingway. E poi sogno di scrivere. Scrivere di tutto, tradurre in parole ciò che vedo, imprimere su un foglio le mie emozioni, lasciare andare libere le mie mani al suono dei miei pensieri. Ma nessuno lo capisce. Nessuno capisce la mia voglia di fuggire, nessuno capisce che voglio più di questa vita monotona. Questa vita mi va stretta. Tutti pensano che basti avere le tasche piene di soldi, che basti laurearsi, che basti non doversi vergognare perchè la proprio figlia vuole fare la scrittrice invece che l’ingegnere. Ma a me non basta. Voglio di più. Voglio essere felice, voglio fare il mio lavoro con passione, voglio vivere con passione. Ma non ci riesco. Non riesco a deludere chi mi sta accanto. E sacrifico me stessa, sacrifico il mio futuro per non buttare via gli anni di università fatti, per non buttare via gli esami dati. Per non sprecare i sacrifici fatti dai miei genitori. Ma a me che faccio il sacrificio più grande nessuno ci pensa? Nessuno si accorge che sto sacrificando il mio futuro? Sarò mai felice come ingegnere invece che come scrittrice? Magari sì. O magari potrò essere entrambe le cose. O magari nessuna delle due. Sono confusa. Il futuro è troppo incerto per decidere a vent’anni cosa si vuole farne. O cosa si vorrebbe.

“Spesso ci indebitiamo con il futuro per pagare i debiti con il passato.”

Kahlil Gibran.

Cronache di capelli spettinati e piedi nudi

L’altra sera ho fatto uno sforzo disumano. La mia amica S. mi ha chiesto di accompagnarla ad una serata in discoteca ed io di fronte alla scelta discoteca-con-musica-orribile-e-300-gradi e solito bar-solita gente ho scelto la discoteca. Una discoteca di classe si intende. Allora mi infilo una minigonna che più mini non si può, una canottiera che più scollata non si può e un paio di trampoli che più alti non si può. E affronto questa fantomatica serata, che per di più non va nemmeno malissimo, ci sono state serate peggiori. A parte la musica orribile, i 300 gradi e i pessimi tentativi di approccio. Una volta a casa  mi guardo allo specchio. Mi accorgo che manca qualcosa. Non sono me stessa. Non sono la me che torna da una serata riuscita bene. E da cosa lo si capisce? Da due semplici cose. Prima di tutte i piedi. Sono tornata a casa con ancora le scarpe addosso. Non le ho tolte in macchina come faccio sempre, perché il dolore ai piedi è troppo forte per pensare di fare il tragitto auto-casa con ancora quei trabiccoli addosso. Trabiccoli non perché nelle serate riuscite bene porti il tacco 12, ma semplicemente perché penso che non c’è cosa più bella al mondo del camminare scalzi. Scalzi sull’erba, scalzi sull’asfalto, ballare scalzi quando tutti gli altri hanno le scarpe e ti guardano male, entrare scalzi e ancora un po’ brilli nei bar alle 6 del mattino ad elemosinare un po’ di cibo, scalzi. Scalzi si vive bene, eccome. Con i piedi nudi senti la vita. La senti proprio sotto i piedi, la percepisci. Per inciso le serate migliori sono quelle che affronto con un paio di All Star o con i miei amati biker ai piedi. Da quelle serate torno scalza, non dopo il tacco 12 (paradossale in effetti). Non sono una tipa da tacco 12. Sono una tipa che balla tutta la notte, sono una tipa che si tuffa nella folla dei concerti, sono una tipa che torna a casa piena di terra e con le frasche infilate ovunque perché non passa serata che non si rotoli per terra. L’altro segnale indicativo dello stato della serata sono i capelli. L’altra sera non sono tornata a casa spettinata. Non mi ricordo dove ho letto che le cose più belle della vita spettinano, ebbene è vero. Dalle serate migliori sono tornata spettinata. Torno a casa con i capelli “confusi” (come dico sempre io) dopo una notte di sesso, dopo un concerto, dopo aver ballato e urlato alla luna, dopo essermi ubriacata e aver vomitato, dopo aver baciato uno sconosciuto sul cofano di una macchina altrettanto sconosciuta. Niente come la vita ti spettina. Niente come l’amore ti spettina. Perché quando un uomo ti prende per i capelli, allora sì che vale la pena essere spettinate. Quando fa anche un po’ male e quando poi seguono i morsi sul collo, allora sì che capisco chi sono. Non sono una da tacco 12. Sono una che vive la vita così come viene, che raramente dice di no, che si butta sempre, senza paura, una che fa il bagno nuda in mare di notte, una che alle sei del mattino adora sentire l’erba umida del giardino sotto i piedi, una che vive intensamente ogni giorno che la vita le regala. Per cui al diavolo i capelli perfetti, al diavolo il tacco, datemi una notte, datemi della bella musica, datemi le persone giuste, tante risate, fatemi ballare fino a sentire male ai piedi, datemi una bella luna, datemi un po’ di gin, datemi un campo in cui rotolarmi o un mare in cui perdermi, questa è la felicità. Questa è una notte perfetta.

“E i bicchieri eran vuoti

e la bottiglia infranta

E il letto spalancato

e l’uscio era sprangato

E tutte le stelle di vetro

della felicità e della bellezza

Risplendevano nella polvere

della stanza mal spazzata

Ed ero ubriaco morto

ed ero fuoco di gioia

ed eri ubriaca viva

nuda tra le mie braccia”

Jacques Prévert, “Fiesta”.

People & Music

Per stavolta ho voluto infilare tutti i miei problemi, tutte le mie beghe, in fondo ad un cassetto e chiuderlo per un po’. Mi sono stancata di logorarmi il fegato per gli altri. Oggi voglio essere tranquilla. Prendo l’iPhone e ci infilo le cuffie. Mi sdraio sul letto e premo play. Riproduzione casuale. Chiudo gli occhi. Dopo qualche canzone inizio a pensare a quanto la musica spesso rappresenti le persone. E scatta il paragone. Chi somiglia a chi? Che canzone sei? Penso. Ci sono certe persone che sono come una canzone dei Queen, tecnicamente perfette, niente da obiettare, ma che mi trasmettono poco. Poi ci sono le persone che somigliano più ad una canzone dei Nirvana. Incasinate, spesso e volentieri senza capo ne coda, ma che ti entrano subito nelle orecchie e nel cuore. Poi ci sono quelle persone che hanno una melodia bellissima, che in punta di piedi ti entra dentro, quelle persone che suonano alla mia anima come le note di Coltrane. Altre vibrano di un rock potente, che ti infiamma il sangue nelle vene, le note ti prendono e ti scuotono fino a farti vomitare, certe persone vivono nelle canzoni dei Led Zeppelin, certe persone si muovono come gocce di sudore sul petto nudo di Robert Plant. Altre persone danzano, ti fanno sbattere il piede in terra al ritmo della loro anima, ti fanno innamorare delle loro parole, sono persone profonde, persone con cui stare al tempo, persone che per me suonano come Johnny Cash. Ci sono poi quelle persone così belle da lasciarti senza parole, quelle persone malinconiche, di una tristezza stupenda, di una tristezza che ti fa piangere per quanto ti stringe il cuore, quelle persone che sono come una cazone degli Oasis. Al contrario ci sono quelli che ti fanno sorridere, che ti mettono allegria, che appena li vedi ridi, non puoi farne a meno, ridi di una risata fragorosa, inarrestabile, ridi al ritmo dei The Clash. Ci sono degli individui enigmatici, misteriosi, con mille significati e di cui spesso non si riesce neanche a trovarne uno. Sono persone magiche, vivono in un universo parallelo, surreale, cantano con Jim Morrison sulle note dei Doors. Con alcuni salti, sudi, fino a stare male come con i Ramones, con altri ti siedi e pensi, ti innamori delle loro parole, dell’amore che esprimono attraverso gli occhi come con Janis Joplin. Ci sono persone che creano melodie che si insinuano lentamente nella mente, melodie leggere, come nuvole, che si muovono pianissimo, ma che hanno la forza di una valanga. Persone che non puoi fare a meno di amare, come le canzoni dei The Cure. Altri individui sono duri, ruvidi, graffianti, se sono uomini, sono veri uomini, se sono donne, sono vere donne, con le palle come si suol dire, e a me ricordano molto i Creedence Clearwater Revival. Ci sono persone che ti scuotono dentro, abbattono tutte le tue barriere difensive e arrivano in fondo alla tua anima, ti fanno male per quanto arrivano nel profondo, come le note di Jimi Hendrix. Altre sono di una dolcezza disarmante, allappano la bocca come il miele, dopo un po’ che le mangi fanno venire il dolore ai denti, ma decisamente non puoi farne a meno, come non puoi fare a meno delle canzoni di Jeff Buckley. Ed infine ci sono le mie preferite (che guarda caso ho paragonato al mio artista preferito). Sono le persone che giungono alle mie orecchie come musica, ma parlano al mio cuore e alla mia anima come la più bella delle poesie. Persone che solo guardandole negli occhi ti fanno viaggiare in un nuovo mondo, un mondo che non esiste, ma in cui vorresti vivere per quanto è bello. Persone che suonano per me come una canzone di Bob Dylan.

Le opinioni espresse sugli artisti citati sono personali, se avete opinioni diverse ben vengano. Non è mia intenzione offendere o sminuire nessuno, anzi.

“Sweet you rock 

and sweet you roll 

Lost for you I’m so lost for you.. 

You come crash into me 

And I come into you..”

Dave Matthews Band, “Crash into me”.